Il futuro delle scuole paritarie

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Il futuro delle scuole paritarie

Il futuro delle scuole paritarie

415 scuole chiuse in poco meno di 2 anni, studenti crollati del 13% dal 2012, quando gli iscritti erano più di un milione e oggi se ne contano poco più di 900 mila. A riportarlo è un'inchiesta del Corriere della Sera: “resistono 12.966 scuole paritarie sul territorio italiano, pari a poco più del 33% del totale delle scuole (55 mila) e la parabola in discesa non sembra essere destinata a interrompersi: basta dare una scorsa alle centinaia di licenziamenti collettivi che i sindacati stanno trattando, ai contratti rivisti al ribasso, alle riduzioni di cattedre, per intuirlo. Il calo generalizzato di studenti, dovuto alla denatalità, e la crisi economica, che ha stretto i cordoni delle borse delle famiglie intenzionate a pagare una retta, sono solo una parte della spiegazione”.

Scuole a maggioranza cattolica

“Gran parte delle scuole paritarie sono cattoliche - spiega al Corriere Francesco Ciccimarra, presidente dell'Agidae, l’Associazione Gestori Istituti Dipendenti dall’Autorità Ecclesiastica - ma sono diminuite le vocazioni religiose, per cui abbiamo più personale laico, il che significa un aumento dei costi e delle rette: un danno serio per le famiglie, che finiscono per non avere più una libertà di scelta educativa, come prescrive la Costituzione”.

Ma qual è esattamente la differenza tra una scuola paritaria e una statale?

Le scuole paritarie sono scuole delle particolari caratteristiche e dalla frequentazione a pagamento che sono autorizzate dallo Stato a rilasciare un titolo di studio dal valore legale equiparato a quello conseguibile negli enti pubblici (seppure espressamente indicato come proveniente da enti diversi da quelli statali).

Gli istituti paritari godono di una più ampia autonomia sotto il profilo dell’orientamento didattico e culturale, ovviamente sempre nel rispetto degli indirizzi e delle normative dettati dal MIUR; per mantenere valida la propria qualifica, in ogni caso, le scuole paritarie sono soggette a verifica periodica del rispetto degli standard individuati per Legge, regola che ne determina una garanzia sulla qualità dell’offerta formativa erogata da tali strutture.

Le scuole paritarie sono “diplomifici”?

Diverse scuole paritarie elargivano con molta facilità il diploma di maturità, ma da un anno a questa parte il Ministero ha avviato un monitoraggio per chiudere le scuole che non meritano la “parità scolastica”

Su 326 istituti visitati, 47 sono stati «bocciati», altri 279 sono stati confermati o dovranno essere sanati. Quest’anno il fondo per le paritarie, che lo Stato distribuisce poi attraverso le Regioni, ammontava a 500 milioni, a cui vanno aggiunti i 50 milioni per le materne e i 23,4 milioni per la disabilità. Troppi, secondo il fronte laico, che critica anche la scelta di innalzare le detrazioni fiscali della retta per le famiglie.

Le scuole non sono aziende

A chiarirlo è una sentenza del Consiglio di Stato, del 28 giugno dell’anno scorso, che attesta che “sono senza scopo di lucro le scuole paritarie che svolgono il servizio scolastico senza corrispettivo, vale a dire a titolo gratuito, o dietro versamento di un corrispettivo solo simbolico per il servizio scolastico prestato, o comunque di un corrispettivo tale da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio”

Come valutare se la retta non è a scopo di lucro?

Il costo medio per studente solitamente è sui 6.000 €, calcolando la retta media e il contributo statale (500 € all'anno) se i costi rimangono al di sotto di questa soglia la scuola rientra in questa categoria.
“È ovvio che non parliamo dei grandi istituti iper-esclusivi con rette che pochi possono permettersi - rileva Toccafondi - la maggior parte delle paritarie, quelle che fanno risparmiare allo Stato sei miliardi all’anno, è creata da associazioni, fondazioni, enti ecclesiastici, e si barcamena per chiudere i bilanci”

Quali garanzie di servizio ci sono per gli studenti e per i docenti stessi?

Bisogna riconoscere l’importanza delle scuole paritarie: le scuole materne rappresentano il 70% delle paritarie in Italia e ospitano 560 mila bambini, un terzo dell’utenza, e in alcune regioni, come il Veneto, coprono quasi interamente la richiesta di servizi di scuola dell’infanzia.
Ma quali sono le dinamiche interne che garantiscono ai dipendenti e agli studenti un giusto percorso lavorativo/formativo?
Nelle paritarie esistono tre tipi diversi di contratti di lavoro per docenti, Ata e dirigenti: Agidae (scuole cattoliche, uno dei più simili per tutele a quello statale), Fism e Aninsei (Confindustria), e in più ci sono contratti collettivi di lavoro riconosciuti a livello nazionale che portano al ribasso le condizioni di tutele, richiedendo più ore, con retribuzioni più basse e meno diritti: “E c’è una vera corsa delle organizzazioni sindacali minori a proporli, col rischio che i migliori docenti fuggano dalle paritarie, peggiorando la crisi in atto”, rileva Formosa. Le trattative per unificare i contratti sono lunghe e farraginose, e del resto anche l’idea di adeguare tutte le scuole al concetto di «costo standard» per alunno non è facilmente accettata nel nostro sistema.

“I costi standard sono una cosa assurda” sostiene Turi, che definisce divisivo un sistema così basato poiché ogni scuola avrebbe diritto alle stesse risorse (pubbliche) per garantire l’istruzione: “Condurrebbe ad una competizione inaccettabile”. Molte regioni contribuiscono già con voucher o agevolazioni al pagamento delle rette delle paritarie per le famiglie che non vogliono o non possono far frequentare una scuola statale ai propri figli, come la Toscana, la Lombardia e il Veneto. Tanto più se queste scuole, che hanno l’obbligo di accogliere i disabili, devono sostenere anche i costi degli insegnanti di sostegno, circa 30-40 mila euro all’anno, a fronte dei 1000 euro circa che lo Stato oggi elargisce per ogni disabile accolto in una paritaria. Si potrebbe fare di più? “No, noi siamo per la scuola pluralista e laica dello Stato”, dice Francesco Sinopoli, segretario Flc Cgil, che però poi ammette: “Ma è anche giusto che, laddove lo Stato non riesce ad offrire un servizio adeguato”.